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Storia di una provinciale: 25 anni di Oricuneo

Se un osservatore esterno dovesse scrivere un articolo sui venticinque anni dell’Oricuneo, sarebbe obbligato a limitarsi ad un trafiletto di due righe; perché in un quarto di secolo la società biancorossa ha lasciato poche tracce di sé. In territorio nazionale le viene riservato l’unico atteggiamento peggiore del disprezzo: l’indifferenza. Del resto la società biancorossa è un’anomalia tra le formazioni italiane: ha i numeri di una società medio-grande, ma appare come una piccola provinciale. Non ha risultati né uno straccio di giovanile, non ha una struttura interna ordinata né un piano strategico per il futuro. A livello federale non occupa poltrone e conta meno di società molto più piccole. Una volta ha avuto alcuni talenti, ma se li è fatti strappare e li ha persi per sempre. Anche la collocazione geografica cospira contro: fuori dai principali poli orientistici nazionali e con i suoi atleti sparpagliati per metà del territorio nazionale. Le possibilità di sbocco sono, secondo ogni logica, limitate se non assenti.

Eppure per venticinque anni è sopravvissuta; anzi come numeri sta crescendo e ciò, in un contesto di difficoltà federale e lento dissanguamento di altre realtà nazionali, non è un risultato di poco. La targa intitolata a Vladimir Pacl, pionere dell’orienteering in Italia, è il giusto coronamento di un risultato che, solo pochi anni fa, sarebbe parso impossibile.

Nata nel 1991 dall’iniziativa di alcuni professori della Granda entusiasmati da questo sport nuovo e misterioso, ha vissuto una storia di flussi e riflussi. Quando i primi fondatori hanno perso la voglia di continuare ha rischiato di scomparire per una prima volta. Poi, nei primi anni duemila, un colpo di fortuna: un’inaspettata nidiata di talenti ha permesso una chance di rilancio. Ma l’Oricuneo non ha saputo prendere in mano il proprio destino; così ha subito l’umiliazione di vederli emigrare per inseguire le proprie meritate occasioni. Sono seguiti altri anni bui in cui la fine è parsa la normale conclusione per uno spettacolo destinato soltanto a veder calare il sipario.

Ma una volta ancora l’Oricuneo ha saputo rilanciare la propria sorte. Prima a Torino, poi a Cuneo, ha attratto un gruppo coeso e volonteroso senza acuti ma che si diverte ad indossare le divise biancorosse e a stare assieme. Anno dopo anno ha raddoppiato, triplicato le adesioni e ora, veramente, il rischio di scomparire pare scongiurato. Ha saputo anche mettere in piedi un evento internazionali con la gran massa dei volontari totalmente inesperta; e celare tensioni interne e problemi cogliendo un pieno successo organizzativo anche questo non è cosa da poco. Hanno fallito società molto più grandi, molto più strutturate.

Fuori dai confini regionali i suoi atleti non si fanno notare e non la conosce nessuno, ma dopo venticinque anni resiste in piena salute. Alla grandezza talvolta segue un rapido scomparire; pertanto essere sopravvissuti piccoli ma tenaci come formiche è un risultato che va giustamente celebrato. Questa è stata la forza e la debolezza dell’Oricuneo.